LUIGI GORRINI: L’ASSO ITALIANO

L’ASSO ITALIANO LUIGI GORRINI

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L’8 Novembre 2014 si è spento all’ età di 97 anni Luigi Gorrini, uno dei più grandi assi italiani dell’ultimo conflitto mondiale. La sua morte ci offre lo spunto non solo per rievocarne la figura, ma anche per gettare uno sguardo su un periodo assai convulso della nostra Storia. Gorrini Combattè per cinque anni su tutti i fronti e perse la guerra, come ebbe a dire in un’ intervista, due volte: l ‘ 8 settembre e il 25 Aprile. Già, perché dopo l’ Armistizio, scelse di aderire all’ ANR, la Forza Aerea della Repubblica Sociale Italiana, quella che, come da molti si sente dire, era “la parte sbagliata”. L’ opinione di chi scrive è che sia davvero difficile poter definire sbagliata la scelta di un giovane ventiseienne che , nel più totale sbando delle Forze Armate del Regno, seguito alla resa di Cassibile, scelse di restare al fianco dell’ alleato in virtù del suo senso dell’ Onore, nonché per proteggere i civili e le città italiane dai feroci bombardieri anglo-americani. Egli fu protagonista, insieme agli altri che ne condivisero le sorti , di una quotidiana epopea, di una guerra , persa in partenza, dei pochi contro molti. Tra essi spunta la figura del Maggiore Adriano Visconti, anch’egli asso di prim’ordine, uomo di spiccate capacità umane e dotato di grande carisma il quale, dopo aver presentato regolare atto di resa , il 29 Aprile 1945 fu proditoriamente assassinato insieme al suo attendente, S.ten Valerio Stefanini, dai partigiani rossi, quelli che, presumibilmente, secondo la visione storiografica egemone, rappresenterebbero “la parte giusta”, a dimostrazione di quanto sia labile in molti casi, la differenza tra la parte “giusta” e quella “sbagliata ”. L’ unica scelta che un soldato può prendere è infatti quella di adempiere il proprio dovere, o ciò che per lui questo rappresenta. Ma facciamo un passo indietro. Luigi Gorrini, nativo di Alseno, in provincia di Piacenza, si arruolò giovanissimo, nel 1937, nella Regia Aeronautica, nel periodo del suo maggiore splendore. Erano infatti i tempi in cui gli uomini dell’ Arma Azzurra si cimentavano nei records aeronautici: l’ Italia ne conquistò numerosi, di cui alcuni validi ancora oggi. Altri si distinsero nelle vittoriose campagne di Etiopia e di Spagna. Ma era l’inizio della fine. Infatti le clientele, il fin troppo assistenzialismo statale e la miopia dei vertici militari portarono quella che era una delle migliori aviazioni del mondo ad entrare in guerra con un’obsolescenza media dei velivoli di 4-5 anni. Ma il giovane sergente non poteva saperlo. Lo scoprirà purtroppo a sue spese nel ’40 quando fu inviato col CAI (Corpo Aereo Italiano) a prendere parte alla Battaglia d’ Inghilterra. I piloti italiani avevano in dotazione il caccia FIAT CR 42, un aereo nuovo, ma in realtà nato già vecchio, essendo un biplano ricoperto di legno e tela, concettualmente fermo al 1918. La scarsa potenza del motore, il modesto armamento (due sole mitragliatrici da 12,7mm) e l’abitacolo aperto, che esponeva il pilota alle intemperie, completavano il miserando quadro. Rimpatriato insieme al suo reparto, fu destinato in Libia, dove ai comandi dei monoplani Macchi C200 e C202 seguì le sorti dell’esperienza italiana in Africa Settentrionale che, dopo la sconfitta subita ad El-Alamein, si concluse in Tunisia, dove i nostri soldati scrissero una delle più gloriose quanto dimenticate pagine della nostra storia, opponendo una strenua resistenza contro le soverchianti forze avversarie arrendendosi solo 48 ore dopo i tedeschi. Dopodiché il conflitto si spostò sul territorio nazionale e Luigi Gorrini col suo terzo stormo Caccia Terrestre, assegnato alla difesa del cielo di Roma. Com’è noto, neppure la città di Roma, fu risparmiata dalle bombe alleate. Qui fa la sua comparsa l’ultimo caccia Macchi, il C205, soprannominato “Veltro”, un velivolo che univa il meglio dell’ingegneria ad un potente motore di concezione tedesca e che , grazie ai due cannoni calibro 20mm montati sulle ali, si guadagnò la fama di implacabile giustiziere di “fortezze volanti”, i poderosi quadrimotori americani, corazzati e difesi da ben 13 mitragliatrici. Gorrini entró nella leggenda quando in un solo giorno riuscì ad abbaterne due, più un terzo caccia bimotore di scorta. Quello tra il pilota emiliano e il Veltro si rivelò un connubio perfetto, infatti solo con questo aereo riuscì ad abbattere ben 14 velivoli avversari. Nessuno è riuscito a fare meglio. Va pure sottolineato che il suo obiettivo, comeha sempre tenuto a ricordare, era la macchina, non chi la occupava, tanto che mai colpì il nemico che affidava la sua salvezza al paracadute. Venne poi il periodo di Salò, durante il quale un pugno di uomini tra cui Gorrini, si arruolarono volontari, non in nome di un’ideologia, ma al solo scopo difendere le città italiane dalle incursioni alleate, non cessate, ma semmai aumentate, dopo l’Armistizio. In questo periodo Gorrini, tornato ai comandi del “205” , aggiunse altri altri aerei alla lista dei suoi abbattimenti, che portò a 24, entrando così fra i maggiori assi italiani. Arrivarono poi la fine della guerra, che per noi italiani fu anche una guerra civile, e dei terribili giorni, quelli del “Sangue dei Vinti”, come dal titolo della nota opera di Giampaolo Pansa, che videro consumarsi numerosi episodi di esecuzioni sommarie e omicidi a sfondo politico. Gorrini, reintegrato nei ranghi dell’Aeronautica militare dopo non poche difficoltà a causa del suo trascorso, continuò nel suo lavoro e solo nel 1958 fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare “, per i fatti che videro il pilota protagonista nella guerra 1940-43. La sua carriera subì pesanti penalizzazioni: ottenne infatti la nomina ad Ufficiale solo all’indomani del suo congedo. Quella di Luigi Gorrini, come anche di moltissimi altri, è la Storia di uomini che pagarono le spese di un passato, ritenuto scomodo e ingombrante, che il paese voleva quanto prima scrollarsi di dosso. Spetta però a noi far sì che queste esperienze, fulgidi esempi di Valore e di Amor di Patria non rimangano occultate nei polverosi cassetti della memoria, ma che siano parte viva del patrimonio storico e identitario della Nazione.

Il nostro ricordo di uno dei più grandi assi della nostra Aeronautica.

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