CEFALONIA: LA VERITÁ OLTRE LA VULGATA- PARTE II. Di Massimo Filippini

Di Massimo Filippini*

Durante i sette giorni delle trattative nella div. ‘Acqui’ con epicentro nel 33° Rgt art. si sviluppò una cospirazione dapprima strisciante e via via sempre più aperta contro il Comando di Divisione accusato – senza mezzi termini – di voler cedere ‘sua sponte’ le armi ai tedeschi e ciò malgrado Gandin avesse provveduto a far diramare ai Comandi dipendenti – quello di Artiglieria compreso – il testo dell’ordine ricevuto dal Comando dell’ XI^Armata. Alla sua responsabile attività di comando fece riscontro dunque, un ‘fermento’ – uso chiaramente un eufemismo – fra alcuni ufficiali inferiori quasi tutti di complemento, che fu trasmesso ad una parte dei loro subordinati creando uno stato di eccitazione e di rivolta su cui influirono anche notizie inventate di sana pianta dai Greci secondo cui l’arrivo degli Alleati era imminente e ciò contribuì ad eccitare ulteriormente gli animi dei predetti che ne trassero l’errata convinzione che Gandin ed i suoi diretti collaboratori fossero dei “traditori” disposti a cedere, di loro iniziativa, le armi ai Tedeschi.
Di tale “fermento” riconosciuto -e gliene va dato atto- già nel 1947 dall’Ufficio Storico dello SME in una sua pubblicazione intitolata “CEFALONIA” dove si parla espressamente di “rivolta contro il generale ad opera di una parte della truppa” (per amore di verità, aggiungo “sobillata da alcuni ufficiali inferiori”) la quasi totalità degli “studiosi” di Cefalonia ha minimizzato la portata, ma gli episodi – ne citerò per brevità solo alcuni – sono numerosissimi e i fatti incontrovertibili.
“Traditore” e “vigliacco” furono gli epiteti diretti in quei giorni al povero Gandin così come incredibili furono gli atti di sopraffazione contro chiunque si manifestasse obbediente ai Superiori o mostrasse di rifuggire da iniziative dettate da motivi politici per il cap. Pampaloni, già all’epoca di idee comuniste o da malcelata ambizione per l’allora ten. Apollonio, divenuto successivamente il capo indiscusso della rivolta attraverso azioni incompatibili con il suo ‘status’ che però dopo la guerra non ostacolarono la carriera fino a Gen. di Corpo d’Armata.
Si tratta di tristissimi argomenti di cui però è necessario parlare per comprendere appieno quel che successe. Mi limito qui a riportare il lapidario giudizio espresso nella sua Requisitoria Finale (8 marzo 1957) dal dr. Stellacci, P. M. Militare nel processo svoltosi nel 1956-57 presso il Tribunale Militare di Roma contro i due sopra menzionati ed altri militari, denunziati dal Padre di un Caduto – il dott. Roberto Triolo Magistrato della Corte di Appello di Genova – per i reati di cospirazione, rivolta ed insubordinazione contro il gen. Gandin.
“La cospirazione – egli scrisse– nel senso di accordo tra più militari per la commissione di una rivolta contro il Comando di Divisione, nonché di atti ostili contro i Tedeschi che creassero il “fatto compiuto” al fine di impedire al gen. Gandin l’esercizio dei suoi poteri tra cui era quello di decidere e disporre l’atteggiamento da assumere nei confronti dei Tedeschi, è innegabile”.
Questa dunque la conclusione del PM Militare che, in base alle risultanze degli atti processuali -da me tutti posseduti in copia- ritenne gli imputati responsabili dei reati loro ascritti ma ….ne chiese il proscioglimento ricorrendo all’escamotage di applicare ad essi la discriminante dell’ errore putativo consistente nel riconoscere loro di aver agito ritenendo – erroneamente (!) – di adempiere un dovere. Che tale richiesta sia stata dettata dal clima politico e/o dalle pressioni ricevute è certo, dato il favore che in quei tempi accompagnò la valutazione giudiziaria di reati che in qualche modo rientrassero in ambito “resistenziale” ma -dopo quasi 70 anni- è ora che la realtà storica prevalga sulla ‘fiction’ giuridica attuata all’epoca.
A quale dovere infatti intendessero adempiere -qualora fossero sopravvissuti- avrebbero dovuto spiegare– il Reale Carabiniere Nicola Tirino che il giorno 12 lanciò una bomba a mano per caso non esplosa contro l’auto del gen. Gandin mentre si recava al Comando d’Artiglieria o il Capo di 2^ cl. della M.M. Felice Branca che lo stesso giorno sparò in Piazza Vallianos ad Argostoli al cap. Pietro Gazzetti del Comando di Div. il quale, per ordine del generale stava andando a prelevare alcune suore dal loro convento per portarle al sicuro in un ospedale fu affrontato dal sottufficiale che gli intimò di cedergli il camion e al suo logico rifiuto gli sparò urlando: “Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!” con chiara allusione ai membri del Comando di Divisione. Il Gazzetti trasportato nell’ospedale 37 -addirittura da un sottufficiale tedesco di passaggio nella piazza luogo della tragedia- morì dopo due giorni di agonìa. La documentazione si trova alla pagina ‘Il cap. Pietro Gazzetti un Martire dimenticato’ nel mio sito www. cefalonia.it che riporta anche il suo Stato di Servizio in cui la sua morte è ascritta a ‘fucilazione’ da parte dei tedeschi in netto contrasto tra l’altro con il Referto -riportato anch’esso- dei medici dell’ospedale 37 dove fu ricoverato che lo dichiararono vittima di ‘ferimento doloso’ prima di constatarne la morte. Non aggiungo altro…
Altre spiegazioni su questo singolare modo di adempiere un dovere si sarebbero dovute chiedere inoltre a quei militari che tentarono di uccidere il Comandante del 317° rgt col. Ezio Ricci salvato addirittura da alcuni civili greci ovvero spararono, ferendolo, al magg. Nello Fanucchi comandante un battaglione dello stesso rgt successivamente caduto eroicamente mentre incitava i suoi fanti alla resistenza e decorato poi di Medaglia d’Argento al V. M.
Bisognerebbe -e lo dico con profondo turbamento- stabilire anche la liceità del comportamento del s. ten. Petruccelli, dei RR CC, il quale ‘il giorno 14’ -come da una ‘Dichiarazione’ di due RRCC, tali Scanga e Appetecchi, agli Atti del menzionato processo (v. All. 2)- ‘riuniti circa una ventina di carabinieri decise di andar ad arrestare il Generale dicendo che ormai si trattava di aperto tradimento’ poiché non si decideva a ordinare di sparare contro i Tedeschi. Cosa -tra l’altro- che già avevano fatto il giorno precedente di loro ‘iniziativa’ – cioè senza aver ricevuto ordini dai Superiori – il ten. Apollonio e il cap.Pampaloni contro due motozattere tedesche -causando loro cinque morti- al confessato scopo di rendere impossibile la prosecuzione delle trattative in corso dando luogo al “fattaccio compiuto”: la definizione non è mia ma di un famoso Comunicato della Presidenza del Consiglio del 13 settembre 1945 su cui ritorneremo. E lo stesso giorno ci fu anche un attacco di greci e italiani capeggiati da Apollonio a una casermetta tedesca del Genio ad Argostoli in cui il s. ten. Zettel ufficiale
tedesco in comando restò ucciso ed infine sarebbe stato interessante sentire gli artiglieri delle batterie di Pampaloni ed Apollonio i quali -il giorno 12- mentre i due erano a rapporto dal gen. Gandin, puntarono i cannoni sul Comando di Divisione per l’eventualità che fossero arrestati mentre gli stessi, dal canto loro, durante detto rapporto preannunciarono a Gandin che non avrebbero obbedito ai suoi ordini (rendendosi con ciò, come accertò il Pubblico Ministero nella citata Requisitoria, rei di insubordinazione). A conferma delle loro intenzioni è famoso il rilievo loro mosso dal t. col. G. B. Fioretti Capo di SM del Comando Divisione che se li vide presentare armati di tutto punto per essere ricevuti da Gandin: “Voi cosa siete ? Ufficiali o Capibanda ?”. Per la cronaca il povero Fioretti morì fucilato il 24 alla Casetta Rossa…..
Sembra incredibile che tutto ciò non solo sia avvenuto ma che addirittura sia stato travisato in modo da far apparire gli autori di questo autentico scempio del Diritto Penale Militare come militari esemplari elogiati, decorati e ricompensati con avanzamenti di carriera per uno di loro (l’ Apollonio) e una medaglia d’Argento (il Pampaloni), mentre la realtà fu che in quei giorni Cefalonia divenne un vero e proprio Far West dove l’applicazione di Regolamenti e Codici Penali Militari fu sospesa proprio da coloro che li violarono platealmente.
Quanto sopra è, nella sua cruda ed amara realtà, più che sufficiente a smentire la versione mitologica dei fatti di Cefalonia fondata sulla ‘consapevole’ scelta di combattere e morire -presa all’unanimità addirittura in un… ‘referendum’ (!)- ma, per evitare che ciò possa ritenersi frutto di una mia esclusiva valutazione non in linea con detta tesi su cui insiste ancora una certa storiografia, riporto un brano dell’Appunto inviato il 2 maggio 1962 dal col. Broggi Capo Uff. Storico dello SME all’allora Capo dello SME -gen. Aloia- a seguito di specifica richiesta di quest’ultimo in relazione all’ uscita su un settimanale di un articolo su Cefalonia. Egli scrisse: “L’episodio di Cefalonia è quanto mai scottante soprattutto per il sottofondo di grave crisi disciplinare che lo caratterizzò. Sono infatti noti i gravi episodi di sobillazione sediziosa da parte di taluni ufficiali mentre il gen. Gandin era impegnato nelle trattative con il locale Comando tedesco; le arbitrarie intese segrete con elementi partigiani greci, ai quali furono perfino ceduti da qualche reparto armi e munizioni; talune gravissime iniziative individuali in contrasto con gli ordini del Comando della Divisione, tendenti a forzare ad esso la mano durante i negoziati con i Tedeschi; una certa qual debolezza di detto Comando manifestatasi con la mancata adozione di severe misure contro i principali responsabili di attività sediziose e di intemperanze disciplinari”.
Tale nota, malgrado il suo devastante contenuto, non provocò alcuna attività inquirente da parte di chi di dovere, ma venne addirittura “secretata” per ordine dello stesso Capo di Stato Maggiore come risulta dalla sua firma in calce al documento che riapparve qualche decennio dopo -ad opera mia- dagli archivi militari.
Essa peraltro fu la prosecuzione di quanto aveva già scritto nell’autunno 1948 nella già menzionata “Relazione Riservata sui fatti di Cefalonia”, il t. col. Livio Picozzi – all’epoca autorevole esponente dell’Ufficio Storico SME – dopo un sopralluogo compiuto nell’isola come membro di una nostra Missione Militare, ivi recatasi per cercare di ricostruire la vicenda che appariva assai poco chiara, direttamente ‘in loco’.
Il suddetto Picozzi fu dunque il primo che a distanza di poco tempo -cinque anni- ricostruì i fatti con dovizia di informazioni assunte sul posto e di testimonianze di nostri superstiti e di cittadini greci, giungendo già all’epoca, il 1948, alle conclusioni riprese, ed evidentemente condivise, dal col. Broggi nel suo Appunto del 1962 e ciò è la prova evidente che i vertici dell’Esercito sapevano tutto fin quasi dall’inizio, e ciononostante tacquero per la preoccupazione – dovuta principalmente al desiderio di non mettere in cattiva luce le FFAA – di cui si fece interprete lo stesso Picozzi che nel finale della sua Relazione suggerì addirittura di ‘archiviare’ tutto quanto egli stesso aveva scritto (!) e ciò puntualmente avvenne con il risultato di dar vita attraverso le poche ed incomplete informazioni esistenti, ad un Mito che, anche se infondato, rappresentò la soluzione ideale per chiudere definitivamente la questione. Questa ‘congiura del silenzio’ oltre a privare l’opinione pubblica e in particolare i Congiunti deile Vittime di una un’indispensabile documentazione provocò l’ulteriore grave conseguenza di vedere immeritatamente glorificati alcuni protagonisti della tragedia a scapito di altri e ciò, trascinandosi fino ai giorni nostri, è stato forse il peggior servigio arrecato ai fatti di Cefalonia.
Per motivi di spazio non mi soffermerò sui vari punti della Relazione conservata nel fondo H5 busta 35 dell’AUSSME e mi limito a riportarne alcuni passi che provano ampiamente come l’estensore, di fronte all’inevitabile scandalo che sarebbe derivato dalla diffusione delle notizie da lui apprese e documentate, si pose, in sede di ‘conclusioni’, la domanda su “cosa convenisse fare”, cui fece seguire alcuni suggerimenti che le Autorità Militari -pur con le migliori intenzioni- seguirono alla lettera determinando con ciò un ‘vulnus’ della verità trascinatosi per oltre 50 anni finchè lo scrivente non la rintracciò all’ AUSSME.
Questi, testualmente riportati, furono i suggerimenti dati da Picozzi ai propri Superiori in risposta alla domanda da lui stesso postasi: “Cosa conviene fare ?”:
1) “Lasciare che il sacrificio della Div. “Acqui” sia sempre circonfuso da una luce di gloria. Molti per fortuna sono gli episodi di valore, sia pure più individuali che collettivi. Sembra opportuno che siano messi in sempre maggior luce”. “Insistere sul “movente ideale” che spinse i migliori alla lotta. Non insistere sulla disparità di vedute, sulla crisi iniziale, sugli atti di indisciplina con i quali fu messo a dura prova il Comando.
2) “Non modificare la “storia” già fatta, non perseguire i responsabili di erronee iniziative, anche se dovessero sopraggiungere nuove emergenze; e ciò per non incorrere nel rischio che il “processo” a qualche singolo diventi il processo di Cefalonia.
3) “Spogliare la tragedia dal suo carattere “compassionevole”. Fare dei morti di Cefalonia altrettanti “caduti in guerra”; non presentarli come poveri uccisi.
“Questo vuole il rispetto ad essi dovuto; il riguardo alla sensibilità di migliaia di famiglie e l’opportunità di secondare il “mito” di gloria che si è già formato intorno a questa vicenda, in una larga parte della pubblica opinione”.
A tali suggerimenti si attennero -come detto- i vertici delle FFAA, contribuendo così al sorgere ed al consolidarsi del ‘Mito di Cefalonia’ divenuto poi – contro le loro intenzioni- oggetto di speculazioni ideologiche senza fine: un Mito che – è inutile negarlo – ha trovato il suo maggiore, più appariscente e suggestivo nutrimento nell’enormità del numero delle vittime. CONTINUA NELLA TERZA PARTE

*L’Avv.Massimo Filippini, Ten.Col. in congedo dell’ Aeronautica Militare,é orfano di uno dei caduti di Cefalonia,il Magg.Federico Filippini, comandante del Genio divisionale.
Ha realizzato numerose ricerche sui fatti di Cefalonia del 1943.
É inoltre autore dei seguenti libri: “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia (prima e seconda parte),”La tragedia di Cefalonia: una veritá scomoda”,”I caduti di Cefalonia:fine di um mito”.pampaloni foto

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