CEFALONIA: LA VERITÁ OLTRE LA VULGATA-PARTE I. Di Massimo Filippini

*di Massimo Filippini
soldati-della-divisione-acquiPREMESSA
La vicenda di Cefalonia, alla vigilia del suo 70° Anniversario, è ancora oggi oggetto di infinite dispute tra chi vede in essa il fondamento della resistenza ‘partigiana’ e chi, in considerazione della sua peculiarità, la considera invece per quel che in effetti fu: un episodio della resistenza ‘militare’ e neanche il primo -che fu lo scontro di Porta San Paolo a Roma- costellato per giunta da zone d’ombra e reticenti silenzi posti in atto anche dai vertici delle FFAA che -per evitare dilanianti polemiche- preferirono porre il segreto su importanti documenti conservati nei loro archivi senza purtroppo considerare che un giorno sarebbero riapparsi come puntualmente è avvenuto ad opera dello scrivente.
A motivo di ciò la memoria storica del tragico evento ci è pervenuta ‘monca’ per la cinquantennale ‘secretazione’ di documenti essenziali come la ‘Relazione Riservata’ (sui fatti di Cefalonia e sull’operato del cap. Apollonio) scritta dal t. col. Livio Picozzi dell’Uff. Storico dello SME in veste di Membro Relatore di una nostra Missione Militare inviata a Cefalonia a ottobre 1948 per cercare di chiarire ‘in loco’ gli aspetti ancora oscuri della vicenda. (v. AUSSME Fondo H 5 busta 35).
Detta ‘secretazione’ inferse un ‘vulnus’ alla già travagliata vicenda che fu ricostruita in base alle poche notizie all’epoca disponibili elevate al rango di STORIA REALE per l’impossibilità di conoscere la Documentazione ‘de quo’ al punto che anche l’ ex Presidente Ciampi nel suo discorso del 1 marzo 2001 a Cefalonia celebrò quanto avvenuto alla stregua di un Mito della Resistenza ‘tout court’, rendendolo per di più intangibile con altre successive dichiarazioni con cui definì “inutili e improponibili revisionismi”, tutti gli sforzi diretti a chiarire fatti che, però, chiari non potevano essere -neanche a lui – per la citata ‘secretazione’ avvenuta -come si dirà- ad opera dello SME.
Peraltro il suo intervento -per la provenienza da un così alto pulpito- assunse un carattere di storicità che, per i suddetti motivi non poteva avere portando ad una ‘conventio ad excludendum’ dei dissenzienti come lo scrivente ‘reo’ di aver aperto nel 1998 con il suo primo libro “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia” la strada ad un riesame dei fatti fondato su documenti e non su macroscopiche inesattezze unite a vuota retorica come tuttora fanno i sostenitori dell’ interpretazione ideologica dei fatti che usano le parole di Ciampi a mo’ di dogma contando per di più sul consenso fornito alle loro tesi perfino da settori delle FFAA evidentemente inconsapevoli di avallare la più completa disinformazione sull’argomento spacciata per realtà storica.
Questo situazione in cui la grande assente è la Storia è ormai inaccettabile e pertanto ringrazio il blog di Ghibli – Vento di Storia per avermi consentito di scrivere queste note frutto di mie pluriennali ricerche che non sarebbero state necessarie senza la cinquantennale ‘secretazione’ di essenziali documenti dei quali -per ironia della sorte- sono depositarie nei loro Archivi le FFAA e ciò dico con rammarico, ben comprendendo il desiderio di preservare il proprio buon nome, da esse avuto, evitando la divulgazione di alcuni fatti e circostanze che avrebbero influito negativamente sull’alone mitico conferito alla vicenda: ma, dopo quasi settanta anni, ciò ormai appartiene al passato e credo sia ora di dire come andarono i fatti anche perchè ritengo sia un atto risarcitorio verso i familiari dei Militari morti a Cefalonia i quali hanno il sacrosanto diritto di sapere come e perchè i loro Congiunti morirono. Avrei potuto anche tacere ma così facendo avrei tradito la memoria di mio Padre, il magg. Federico Filippini, Comandante il Genio della div. ‘Acqui’ fucilato dai nazisti il 25.9.1943 e ciò non me lo sarei mai perdonato.
Coerentemente con quanto sopra incentrerò, pertanto, queste note su tre aspetti ‘fondamentali’ della vicenda da me chiariti attraverso l’analisi della documentazione in gran parte sconosciuta ai più e da me scoperta durante anni di ricerche soprattutto negli Uffici e Archivi storico – militari e cioè: a) come e perché a Cefalonia si giunse allo scontro armato; b) quanti furono i “morti di Cefalonia” c) chi furono i cd ‘Banditi Acqui’.
Sul primo punto è da premettere che la vicenda si materializzò in tre fasi successive: quella delle trattative italo-tedesche tra l’8 e il 14 settembre, quella dei combattimenti tra il 15 e il 22 – data della resa- e quella della rappresaglia dal 24 al 25 rivolta quasi esclusivamente -come documenterò- contro gli Ufficiali.
La prima e la terza fase sono le più importanti riguardando l’una l’ambiente e i retroscena che precedettero lo scontro, e l’altra il cosiddetto ’eccidio’ sul quale dico subito, anticipando quanto esporrò in seguito, che esso fortunatamente non avvenne nelle ciclopiche proporzioni da sempre tramandate ma si risolse sostanzialmente in un’infame rappresaglia contro gli ufficiali compiuta il giorno 24.
Una parentesi. Come ultimo giorno ho parlato del 24 ma il 25 fu sparso altro sangue italiano per la fuga dall’Ospedale ’37’ di Argostoli di due nostri ufficiali in seguito alla quale –malgrado le fucilazioni fossero cessate il giorno prima con la concessione della grazia agli ultimi 37 ‘fucilandi’- ai 129 Ufficiali assassinati alla casetta Rossa il giorno 24 se ne aggiunsero altri 7 prelevati dall’Ospedale e vilmente fucilati per ritorsione contro detta fuga. Tra essi c’era mio Padre. Chiusa la parentesi, passo ora ai fatti.
Va anzitutto precisato che la Div. Acqui era una Grande Unità incorporata nell’ XI^ Armata Italiana in Grecia con comando ad Atene e ciò sfata l’ errore di considerarla in modo avulso dalle altre divisioni stanziate in Grecia quasi che il gen. Gandin godesse di un’autonoma potestà decisionale, mentre invece il suo potere -come in ogni entità militare- trovava il suo naturale limite nella subordinazione gerarchica agli ordini dei Superiori.
Ebbene, malgrado tale elementare constatazione, ben nota soprattutto in ambiente militare, si continua ancora oggi, a quasi 70 anni dai fatti, a rappresentare la Acqui come una Divisione i cui uomini, rimasti abbandonati e privi di ordini dopo l’8 settembre, decisero all’unanimità di respingere la richiesta tedesca di cedere le armi “scegliendo” di combattere ed eventualmente di morire -addirittura in un ‘referendum'(!)- pur di non subire l’onta del disarmo, affrontando consapevolmente un’impari lotta terminata con un apocalittico massacro.
Tutti Eroi dunque o quasi: questa in sintesi la tesi ‘mitologica’, avallata da Ciampi con la frase “Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria” in cui si inneggiò ad un inesistente potere decisionale della truppa nei confronti dei propri superiori, che i ‘media’ accolsero senza verificarne minimamente la rispondenza alla realtà ma basandosi esclusivamente sulle sue parole assurte per la loro provenienza al rango di un dogma intangibile: quello di una Divisione priva di ordini che decise da sé il proprio destino.
La ‘Acqui’ invece di ordini ne ricevette ben due e da due differenti Comandi Superiori.
Il primo, inviato dal Comando d’ Armata di Atene l’8 settembre e replicato il 9, prescrisse a tutte le dipendenti Divisioni, compresa ovviamente la Acqui, di cedere le artiglierie e le armi pesanti ai Tedeschi precisando di “non fare causa comune con i ribelli greci né con le truppe anglo-americane che sbarcassero” e ordinando, il giorno 9, di cedere – a partire dalle ore 10 del giorno 10 – le armi collettive e le artiglierie, conservando l’armamento individuale ai reparti tedeschi che sarebbero subentrati ai nostri.
In sua ottemperanza si arresero immediatamente tutte le Divisioni tranne la ‘Pinerolo’ che andò incontro ad un atroce destino ad opera dei partigiani comunisti greci dell’ELAS con i quali il suo Comandante gen. Adolfo Infante ebbe l’ingenuità di stipulare un accordo di collaborazione da costoro tradito per impossessarsi delle armi dei nostri soldati che furono imprigionati e dei quali alcune migliaia morirono di stenti (v. “La Resistenza greca. Il calvario della Divisione ‘Pinerolo” ne “La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda” di M. Filippini, IBN ed. Roma 2004 pag. 44 e segg.).
A Cefalonia l’ Ordine fu sottoposto da Gandin al parere dei Comandanti di Corpo della Divisione, da lui riuniti in Consiglio di Guerra che, all’unanimità ne consigliarono l’esecuzione. Si espressero in tal senso il gen. Gherzi Comandante la Fanteria con i due Com. ti del 17° e 317° Rgt Ftr t. col. Cessari e col. Ricci, il Com.te del Genio magg. Filippini ed il col. Romagnoli Com. te del 33°rgt. Art. erroneamente inserito da sempre tra i ‘contrari’ mentre invece, pur manifestando qualche perplessità, si limitò a chiedere un ordine scritto cui disse che -come da Regolamento- avrebbe obbedito.
Al parere unanime dei Comandanti responsabili della ‘Acqui’ si contrappose solo quello contrario del cap. freg. Mastrangelo Com.te il Distaccamento di Marina il quale, però, riceveva ordini da ‘Supermarina’ e che, proprio in forza di uno di essi, il giorno 9 fece partire per Taranto i due mas e le altre unità minori presenti a Cefalonia a ulteriore riprova che la Marina Militare era un reparto autonomo dalla Div. ‘Acqui’.
Dopo il parere favorevole del Consiglio di Guerra, Gandin intavolò trattative con i Tedeschi di cui ci riferì notizie dettagliate l’allora cap. art. Ermanno Bronzini, addetto all’Ufficio Operazioni del Comando di Divisione, che fu incaricato di compilare il Diario Storico della Divisione e per tale incombenza rimase giorno e notte dall’ 8 al 14 settembre nella stanza adiacente a quella del gen. Gandin. Il Diario andò perso ma egli che fu uno dei 37 ufficiali scampati alla rappresaglia della Casetta Rossa, ne ricostruì il contenuto in una Relazione scritta nel 1946 per l’allora Ministero della Guerra in cui narrò dettagliatamente l’andamento delle trattative per la cessione delle artiglierie e delle armi pesanti, ordinata dal Comando d’Armata e da Gandin condotta con l’ obiettivo di salvaguardare i suoi soldati (i famosi ‘figli di mamma’) confidando nel prestigio goduto presso i Tedeschi per aver fatto parte dello Stato Maggiore congiunto italo-germanico dove aveva conosciuto loro alti ufficiali come il gen. Keitel. Che egli intendesse obbedire all’ordine dell’Armata lo dimostrano le trattative che – scrisse Bronzini – proseguirono in un clima di reciproca intesa con il t. col. Barge, Comandante del locale presidio tedesco.
Sempre Bronzini scrisse che dopo un secondo Consiglio di Guerra, riconfermatosi favorevole alla cessione delle armi, Gandin volle sentire il parere dei Cappellani Militari sullo stato d’animo della truppa: e anch’essi consigliarono l’obbedienza all’Ordine ricevuto. Questo in sintesi lo svolgimento delle trattative, cui seguì l’invio al Comando tedesco, nella notte sul 12, di una lettera in cui Gandin si dichiarò disposto alla cessione dell’armamento pesante ai tedeschi come ordinatogli dal Comando d’Armata.
A questo punto malgrado le assicurazioni fornite ai tedeschi la situazione anziché chiarirsi si complicò poichè il Comando Supremo italiano riparato con il Governo ‘Badoglio’ da Roma a Brindisi -dopo una rocambolesca fuga- fece sentire la sua voce dal rifugio brindisino inviando un ORDINE DI RESISTERE pervenuto il giorno 13 al gen. Gandin rimasto l’unico destinatario ancora impegnato nelle trattative con i tedeschi protratte eccessivamente per le gravi intemperanze di alcuni membri della Divisione che avevano posto la ‘Acqui’ in una situazione anomala rispetto alle altre Divisioni in Grecia adeguatesi prontamente all’ordine del Comando d’Armata.
Prima di proseguire osserviamo preliminarmente che il tenore letterale dell’Ordine del Comando Supremo del Governo Badoglio il quale, è bene saperlo, aveva cinicamente previsto la perdita di almeno cinquecentomila militari tra quelli che all’8 settembre si trovavano oltremare, fu il seguente: “N. 1029 CS (Comando Supremo) Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia et Corfù et altre isole”. (All. 1)
Ciò fa cadere nel nulla o meglio nel ridicolo le interessate fantasticherie raccontate sul presunto ‘referendum’ che avrebbe visto il consenso ‘unanime, concorde e plebiscitario’ dei membri della ‘Acqui’ che -in virtù di esso – avrebbero ‘SCELTO’ di combattere e conferma la tesi molto più realistica secondo cui il gen. Gandin, chiamato ad eseguire un ordine chiaramente “suicida”, cercò di sondare l’animo della truppa che egli sapeva quanto fosse impreparata a sopportare il peso di un’offensiva nemica soprattutto quella aerea che si rivelò decisiva per le sorti della battaglia..
Tale sondaggio, inoltre, non fu affatto ‘plebiscitario’ perché ad esso non parteciparono affatto tutti i soldati in particolare quelli dei Reggimenti di fanteria decentrati rispetto al capoluogo Argostòli dove una minoranza prepotente di artiglieri e marinai fece passare il suo scriteriato volere per quello della totalità dei soldati, che invece – nella stragrande maggioranza – non seppero assolutamente nulla.
A riprova di ciò molti Superstiti da me interpellati hanno dichiarato che di referendum non sentirono nemmeno parlare o addirittura -come il Serg. Magg. L. Baldessari- che esso fu solo un ‘imbroglio’. Le loro testimonianze, di enorme valore storico, sono riportate nel mio sito www. cefalonia.it che da anni curo sulla vicenda.
Se dunque è provato che nell’ ORDINE DI RESISTERE ‘badogliano’ e non in un’ assurda SCELTA della truppa va individuata la causa dello scontro con i Tedeschi resta da chiarire perché, a differenza delle altre Divisioni che eseguirono PRONTAMENTE l’ordine di resa del Comando dell’XI^ Armata, solo la ‘Acqui’ restò in una situazione di incertezza divenendo SUCCESSIVAMENTE l’unica ‘destinataria’ di esso. Solo la Acqui, perché ?
Nella risposta a tale interrogativo è la spiegazione cruda e agghiacciante della tragedia. CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

*L’Avv. Massimo Filippini, Ten.Col. in congedo dell’Aeronautica Militare,é orfano di uno dei caduti di Cefalonia, il Magg.Federico Filippini,comandante del Genio Divisionale.
Ha realizzato numerose ricerche sui fatti di Cefalonia del 1943.
É inoltre autore dei seguenti libri: “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia (prima e seconda parte)”,”La tragedia di Cefalonia: una veritá scomoda”,”I caduti di Cefalonia: fine di un mito”.

Precedente UFFICIALI DI COMPLEMENTO: UNA PAGINA DA RISCOPRIRE. Successivo CEFALONIA: LA VERITÁ OLTRE LA VULGATA- PARTE II. Di Massimo Filippini
wpDiscuz